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I glucidi nell’alimentazione
Nel corpo umano essi
rappresentano solo l’1% in peso, ma hanno notevole
importanza nutrizionale dovendo costituire, in una dieta
normale, il 55-65% delle calorie totali. D’altra parte essi
sono anche i nutrienti più accessibili dal punto di vista
economico in quanto costituenti principali dei cereali, dei
legumi, della frutta e di numerosi altri prodotti vegetali.
Nella dieta l’apporto maggiore di glucidi è sottoforma di
amido (pane, pasta, riso, etc...), mentre seguono, in
quantità notevolmente inferiori, il lattosio (latte), il
saccarosio (zucchero da tavola) ed infine il glucosio e
fruttosio (frutta).
Nei paesi industrializzati,
a partire dagli anni ’60, è andato via via diminuendo il
consumo di polisaccaridi mentre vi è stato un aumento di
quello dei glucidi solubili e del saccarosio. Ciò trova
spiegazione nel loro sapore gratificante e nel fatto che, in
tempi non molto lontani, il consumo di prodotti dolciari non
era accessibile a tutti ed ha rappresentato a lungo uno
status symbol. Ciò ha portato ad un incremento della quota
lipidica nella dieta con conseguenze deleterie per la salute
(obesità, aterosclerosi, etc...). Solo negli anni ’80 si è
cominciato un ritorno alle abitudini alimentari precedenti
grazie alla diffusione dell’informazione alimentare e alla
rivalutazione della dieta mediterranea (con questo termine
si intende la dieta tipica dei contadini del Sud Italia
intorno agli anni ’50).
La digestione dei glucidi
alimentari avviene nella bocca (amilasi presenti nella
saliva) e nell’intestino (amilasi del succo pancreatico,
α-glicosidasi, maltasi, lattasi, saccarasi e altre
disaccaridasi delle membrane delle cellule epiteliali). I
monosi così ottenuti vengono assorbiti dagli enterociti e
trasportati mediante la vena porta al fegato dove subiscono
la trasformazione in glucosio, la valuta energetica
dell’organismo. Il fegato è dunque preposto a regolare la
glicemia e immagazzinare il glucosio in eccesso sottoforma
di glicogeno. Infine il glucosio ematico viene trasportato
alle varie cellule per scopi energetici e per produrre altre
molecole complesse necessarie alle funzioni vitali
(glicolipidi e glicoproteine).
Infine,
l’apporto glucidico dalla dieta comprende anche una quota
“non disponibile” ai fini nutritivi ossia la fibra
(cellulosa, emicellulosa, pectina, lignina delle pareti
cellulari vegetali e gomme, mucillagini e altre secrezioni
vegetali), la quale è caratterizzata da legami β-glicosidici
che gli enzimi prodotti dall’organismo umano non sono in
grado di scindere; essa ha comunque notevole importanza per
l’azione meccanica che svolge a livello intestinale
favorendo la peristalsi ed il movimento del chimo attraverso
l’intestino, grazie alle sue proprietà gelificanti (frutta e
legumi) e idrofile (cereali).
I lipidi nell’alimentazione
L’apporto lipidico generalmente
raccomandato ammonta al 20-30% delle calorie totali,
diminuendo con il progredire dell’età. Inoltre molto
importante è la qualità degli acidi grassi assimilati: gli
a. grassi saturi non dovrebbero superare il 10% delle
calorie totali ed è fondamentale preferire i lipidi vegetali
a quelli animali anche per la necessità di assumere gli AGE.
Relativamente al colesterolo ed al rischio di aterosclerosi,
si può affermare che il colesterolo di origine esogena
(ossia assunto attraverso l’alimentazione: latticini, tuorlo
d’uovo, carne e in particolare cervello) ha un’influenza
generalmente sopravalutata. Ben più pericoloso è quello di
origine endogena, ossia sintetizzato dal fegato in quantità
inversamente proporzionale alla quantità introdotta con la
dieta; in tal senso particolarmente significative sono le
disfunzioni di carattere genetico e dunque la
predisposizione familiare alla malattia, ma può subentrare
anche una componente alimentare: normalmente il colesterolo
viene prodotto da fegato a partire da acidi grassi insaturi;
nel caso nell’organismo scarseggino gli insaturi, il fegato
utilizza per la suddetta sintesi acidi grassi saturi, dando
luogo a composti scarsamente solubili che si depositano
nelle arterie, favorendo la formazione delle placche
ateromatose. In definitiva una dieta ricca di acidi grassi
saturi o direttamente di colesterolo favorisce l’insorgere
dell’aterosclerosi, una malattia in cui il deposito di
colesterolo sul rivestimento interno dei vasi sanguigni può
causare l’ostruzione di un’arteria , quindi, un attacco di
cuore.
La digestione delle molecole
lipidiche avviene interamente nell’intestino. Anzitutto esse
subiscono una decomposizione fisica per azione dei sali
biliari che con la loro azione emulsionante preparano il
substrato alla successiva azione chimica. L’idrolisi delle
microparticelle lipidiche avviene per opera di enzimi:
▪
lipasi pancreatica:
idrolizza i trigliceridi a 2-monogliceridi e acidi grassi in
quanto non è in grado di spezzare il legame tra glicerolo e
acido grasso in posizione 2
▪
colesterolo-esterasi:
idrolizza il legame estere tra colesterolo e acido grasso,
nonché quello dei 2-monogliceridi
▪
fosfolipasi pancreatica:
idrolizza il legame in posizione 2 tra un acido grasso e un
fosfolipide
I prodotti finali dell’idrolisi
enzimatica dei lipidi nel condotto intestinale sono dunque:
glicerolo, acidi grasso, 2-monogliceridi, colesterolo,
lisofosfolipidi. Tali sostanze passano nelle cellule
epiteliali per semplice diffusione insieme alle vitamine
liposolubili.
Glicerolo acidi grassi a
catena corta vengono trasportati direttamente al fegato per
la sintesi di colesterolo e derivati. Gli altri composti
vengono riassemblati in lipidi complessi e inglobati in
chilomicroni, lipoproteine costituite da un cuore lipidico
idrofobo ed un rivestimento esterno proteico idrofilo
dedicate al trasporto delle suddette nel plasma sanguigno;
qui i rivestimenti vengono distrutti mano a mano e i lipidi
vengono assorbiti dalle varie cellule dell’organismo per
diffusione, previa idrolisi per opera della lipasi
lipoproteica presente negli endoteli dei capillari. In
particolare, tali grassi possono essere utilizzati dalle
varie cellule per scopi energetici o accumulati come riserva
energetica nelle cellule del tessuto adiposo.
Le proteine
nell’alimentazione
L’organismo umano necessita
delle proteine alimentari per ricavarne gli aa di base da
cui partire per la sintesi delle proteine umane con la loro
specifica funzione. Inoltre le proteine corporee sono
sottoposte ad un continuo turnover, cioè ad una continua
degradazione e risintesi con un grado di efficienza < 100%
cosicché anche in età adulta il fabbisogno proteico è
elevato.
Difficilmente le proteine
alimentari vengono utilizzate dall’organismo così come sono
(fa eccezione il neonato che assorbe direttamente dalla
madre gli anticorpi e dunque intere proteine), bensì il
nostro organismo scompone le proteine e ne ricava i singoli
aa. La digestione dei protidi inizia nello stomaco per
azione della pepsina (enzima digestivo) e dell’acido
cloridrico (favorisce l’azione della pepsina). Essa poi
continua nell’intestino per azione delle peptidasi
pancreatiche che riducono le proteine in peptidi e delle
amminopeptidasi presenti nelle membrane degli enterociti che
idrolizzano i peptidi in aa. Questi passano negli enterociti
e da qui vengono trasportati al fegato attraverso la vena
porta. Il fegato dunque regola l’utilizzazione di tutti gli
aa: sintetizza gli aa non essenziali, invia a tutti i
tessuti gli aa di cui hanno bisogno per le proprie funzioni
biosintetiche, sintetizza le proprie proteine e quelle
plasmatiche, degrada gli aa in eccesso.
Generalmente si consiglia un
apporto proteico pari al 10% delle calorie totali. Tenuto
conto della necessità di disporre di tutti i 20 aa è bene
seguire una dieta varia: poiché le proteine di origine
animale sono molto vicine a quelle sintetizzate
dall’organismo umano (proteine ad alto valore biologico) e
cereali e legumi sono carenti di alcuni aa essenziali, si
considera ottimale una dieta in cui il 30-40% delle proteine
provenga da alimenti di origine animale.
Infine, una dieta troppo ricca
di proteine fa sì che esse vengano trasformate in glucosio e
successivamente immagazzinate come riserva energetica,
mentre una dieta ipocalorica spinge l’organismo ad
utilizzare gli aa per una funzione meno nobile che è quella
energetica.
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