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CONSERVAZIONE PER DISIDRATAZIONE
Tale metodo di conservazione degli alimenti si basa sulla
riduzione del contenuto di acqua all’interno dell’alimento
in modo da interferire con le funzioni vitali dei
microrganismi con finalità essenzialmente microbiostatica.
Difatti, la disponibilità di acqua libera rappresenta una
condizione indispensabile per la vita dei microrganismi, sia
per l’azione plastica dell’acqua per la cellula, sia in
quanto vettore di reagenti e substrato di tutte le reazioni
chimiche ed enzimatiche da cui le cellule microbiche
dipendono.
Tale disponibilità viene misurata in termini di attività
dell’acqua aw (rapporto tra la tensione di vapore
della soluzione “alimento” e la tensione di vapore
dell’acqua pura alla stessa temperatura) ed un suo difetto
porta a una riduzione del tasso di crescita fino al blocco
completo di ogni attività metabolica (azione microbiostatica:
in Figura 1 i valori minimi
dell’attività dell’acqua per l’accrescimento di varie specie
microbiche).

Figura 1
aw può essere ridotta in due modi:
▪
per allontanamento dell’acqua dall’alimento:
conservazione per disidratazione
▪
per aggiunta di soluti:
conservazione chimica
La disidratazione, oltre all’azione microbiostatica appena
detta, ha anche un’azione parzialmente microbicida.
D’altra parte, la maggior parte della popolazione microbica
risulta solo inattivata nelle sue funzioni metaboliche e non
distrutta. Così come permangono spore e tossine.
L’incapacità della disidratazione di eliminare tutte le
popolazioni microbiche, le tossine e le spore in quanto
limitato all’inibizione dell’attività microbica comporta la
necessità di operare solo su alimenti di partenza dalle
caratteristiche igienicamente ineccepibili.

In base al loro valore di aw gli alimenti vengono
distinti in:
HMF o
High Moisture Foods: aw = 1-0.9
IMF o
Intermediate Moisture Foods: aw = 09-0.6
LMF o
Low Moisture Foods: aw = 0.6-0
Nei LMF i microrganismi sono completamente inibiti, mentre
negli HMF e IMF generalmente la disidratazione non è
sufficiente alla conservazione del prodotto bensì è
necessario praticare la cosiddetta tecnologia degli
ostacoli, ossia una combinazione di diverse tecniche di
conservazione in modo da limitare l’intensità dei singoli
trattamenti e ridurre il danno a carico delle
caratteristiche nutritive e organolettiche dell’alimento.
|
Alimento |
Tipo
|
aw |
Alimenti freschi
(vegetali e animali)
|
HMF |
0.98 |
Insaccati e
formaggi stagionati
|
IMF |
0.88-0.93 |
|
Cereali, legumi secchi, marmellate, gelatine,
prodotti sotto sale |
IMF |
0.72-0.88 |
|
Alimenti essiccati (caffè, tè ed estratti, minestre
di verdure e di legumi, latte, succhi di frutta,
frutta, purea di patate) |
LMF |
0.6-0.65 |
CONCENTRAZIONE
La concentrazione viene effettuata generalmente su alimenti
liquidi o comunque con elevato contenuto idrico per ridurne
il volume ed il peso in modo da contenere gli oneri di
trasporto, mentre l’azione conservante di tale metodo è
piuttosto limitata e sempre comunque associata ad altri
trattamenti (pastorizzazione, congelamento, aggiunta di
sostanze chimiche, etc.): difatti se l’attività dell’acqua
viene ridotta così da favorire la conservazione
dell’alimento, il contenuto idrico (60-70% di acqua contro
una concentrazione di soluti del 30-40%) rimane ancora
troppo elevato per poter considerare stabile il prodotto.
In campo industriale vengono utilizzate diverse tecniche a
seconda della tipologia di alimento per ottenere prodotti
concentrati con caratteristiche nutritive e organolettiche
il più possibile inalterate:
▪
concentrazione per evaporazione
▪
crioconcentrazione
▪
concentrazione mediante processi a membrana
Concentrazione per evaporazione
È la tecnica più utilizzata per la produzione di alimenti
concentrati ed anche la prima utilizzata dall’uomo:
costituiscono infatti esempi di concentrazione per
evaporazione la stagionatura di insaccati e formaggi e
qualunque preparazione domestica che preveda il
riscaldamento di un alimento o la sua asciugatura in
ambiente ventilato.
Essa, grazie al trattamento dell’alimento con temperature
vicine al punto di ebollizione dell’alimento,
consente di ottenere alimenti con concentrazione di
soluti anche superiori al 30% senza modifiche
sostanziali delle caratteristiche nutritive e
organolettiche: si cerca di mantenere la temperatura del
trattamento sempre al di sotto della temperatura massima cui
il prodotto possa subire alterazioni irreversibili mediante
ottimizzazione del riscaldamento (controllando la viscosità
del prodotto e la formazione di schiume che potrebbero
ostacolare la diffusione del calore e l’allontanamento del
vapore) ed eventualmente il controllo della pressione (in
condizioni di vuoto parziale la temperatura di ebollizione
dell’alimento si abbassa permettendo di ottenere forte
vaporizzazione anche a temperature relativamente basse);
particolare attenzione va posta nel caso di alimenti
termolabili (succhi di frutta, latte, bevande alcoliche,
etc.) che possono risentire negativamente dell’innalzamento
della temperatura.
L’evaporazione è, insieme all’ebollizione (o
evaporazione violenta), una forma di vaporizzazione ossia di
passaggio dallo stato liquido a quello aeriforme di una
sostanza, nel nostro caso l’acqua. L’evaporazione interessa
solo gli strati superficiali del liquido e avviene in
maniera regolare ed ordinata: alcune molecole superficiali
della sostanza, pur attratte verso l’interno per le forze di
coesione, possono, per motivi di agitazione molecolare
interna al liquido e/o tra liquido e aria, raggiungere
un’energia cinetica sufficiente a vincere tali forze e
possono sfuggire dalla massa liquida trasformandosi in
vapore; l’evaporazione può avvenire a qualsiasi temperatura,
ma l’entità del fenomeno ovviamente dipende dalla
temperatura stessa, dall’umidità relativa dell’ambiente
circostante, dalla pressione atmosferica: in particolare
l’evaporazione aumenta con l’aumentare della temperatura e
diminuisce con l’aumentare della umidità relativa e della
pressione atmosferica.
I processi classici di evaporazione possono essere:
▪
diretti: il riscaldamento avviene per
irraggiamento solare (metodi naturali) o dovuto al
surriscaldamento di una resistenza elettrica accoppiata al
sottovuoto (metodi industriali)
▪
indiretti: i più diffusi, avvengono per
mezzo di scambiatori di calore
Nell’evaporatore classico (Figura 2)
l’alimento da concentrare viene appunto riscaldato grazie ad
uno scambiatore di calore orizzontale o verticale
all’interno del quale circola vapore caldo proveniente da
una caldaia. Per ottenere un migliore scambio termico il
liquido può essere mantenuto in agitazione o pompato sotto
pressione all’interno della camera, la viscosità può essere
controllata aumentando la temperatura o rimovendo le
sostanze addensanti per degradazione enzimatica, l’entità e
l’effetto delle schiume che si formano durante l’ebollizione
possono essere ridotti aumentando la superficie di scambio
termico.

Figura 2
Per gli alimenti termolabili si utilizzano evaporatori a
bassa pressione in modo da contenere al massimo la
temperatura del trattamento (di solito intorno ai 40-50 °C).
Molto efficienti sono poi gli evaporatori ad effetto
multiplo (Figura 3)
costituiti da due o più unità operative in serie dette anche
“effetti”:
nel primo evaporatore avviene una parziale concentrazione a
pressione maggiore o uguale a quella atmosferica, mentre nei
successivi la pressione viene via via abbassata in modo da
abbassare il punto di ebollizione dell’alimento ed ottenere
ulteriore vaporizzazione dell’acqua (e dunque concentrazione
dell’alimento) utilizzando i vapori provenienti dall’unità
precedente. Questo metodo consente un risparmio energetico
(sia perché si utilizzano come mezzo di riscaldamento i
vapori stessi dell’alimento ma anche perché la differenza di
pressione tra le unità fa sì che il liquido avanzi dall’una
all’altra senza bisogno di pompe) ma non può essere
utilizzato per gli alimenti termosensibili.

Figura 3
Crioconcentrazione
In questo caso l’acqua viene allontanata dalla soluzione
(anche qui si tratta di alimenti liquidi) previa
trasformazione in ghiaccio. In tal modo possono essere
evitati i danni che con il metodo per evaporazione possono
verificarsi su alimenti termolabili quali succhi di frutta,
latte, vino, etc.
Si ottengono così concentrazioni fino al 60% di soluti.
La cristallizzazione dell’acqua viene ottenuta trattando
l’alimento con temperature intorno ai –3
÷ -7 °C. Al contrario di quanto avviene nel congelamento (teso a
preservare la consistenza degli alimenti solidi) qui si
favorisce l’accrescimento dei cristalli di ghiaccio rispetto
alla nucleazione (si tratta comunque di alimenti fluidi
con pochi problemi di consistenza): i cristalli devono
essere il più possibile grossi (superficie specifica, ossia
superficie per unità di volume, limitata) e rotondi. In
questo modo infatti è minore la quantità complessiva di
soluzione (alimento) aderente alle pareti dei cristalli che
può essere persa rimovendo il ghiaccio ed il successivo
lavaggio dei cristalli risulta più efficiente: le perdite di
sostanza secca con questo processo sono inferiori a 100
p.p.m.
Tra i prodotti generalmente sottoposti a questo tipo di
concentrazione troviamo:
▪
estratti di caffè, tè ed aromi (prima
dell’essiccazione per produzione polveri istantanee): ottima
ritenzione dell’aroma
▪
birra: ottima soluzione al problema del
trasporto a lunga distanza vista la riduzione del volume a ¼
senza perdite organolettiche
▪
succhi di frutta: soprattutto di agrumi,
nessun danno termico e migliore ritenzione vitaminica
▪
aceto
▪
latte
▪
vino: data la complessità del prodotto e le
particolari caratteristiche organolettiche, questa è l’unica
forma di concentrazione attuabile su questo tipo di prodotto

In un primo
momento l’alimento viene immesso in uno scambiatore di
calore a superficie raschiata; si tratta di un
macchinario generalmente cilindrico a doppia parete:
nell’intercapedine tra le due pareti scorre il mezzo di
raffreddamento cosicché l’alimento che viene immesso
all’interno si raffredda per contatto con la parete più
interna aderendovi; dunque l’apparecchio è dotato di un
albero coassiale con lame raschianti che ciclicamente
rimuovono l’alimento raffreddato aderente alla parete
interna.
I nuclei di cristallizzazione che si formano, per intenso
sottoraffreddamento, in questa prima fase vengono
immediatamente portati, insieme alla soluzione ancora
fluida, al ricristallizzatore, ossia la zona di
accrescimento: qui l’alimento permane per un tempo piuttosto
lungo durante il quale dai nuclei di cristallizzazione più
grandi si formano macrocristalli di ghiaccio (0.2÷3
mm), a
discapito di quelli più piccoli che si sciolgono rubando
calore e dunque mantenendo bassa la temperatura di
esercizio.
La sospensione di ghiaccio nell’alimento concentrato viene
poi immessa nelle colonne di lavaggio, ermeticamente
chiuse in modo di ridurre al massimo le perdite di aroma
dell’alimento. Qui il concentrato viene separato dal
ghiaccio attraverso un filtro e quindi rimosso dalla
colonna, mentre i cristalli subiscono un lavaggio in
controcorrente con parte dell’acqua ottenuta dal ghiaccio
fuso, allo scopo di asportare ogni residuo di concentrato.
L’acqua eliminata, data la sua purezza, costituisce un
sottoprodotto non trascurabile.
La soluzione concentrata può ritornare allo scambiatore di
calore e ripetere il ciclo fino a che la concentrazione non
sia quella desiderata. Infine, il prodotto viene fatto
uscire dal ricristallizzatore attraverso un filtro e avviato
in un contenitore di raccolta.
Concentrazione tramite processi a membrana
Tali metodi consentono una parziale separazione dell’acqua
dai soluti caratterizzanti l’alimento mediante il passaggio
dell’alimento attraverso membrane naturali o artificiali.
Si ottengono concentrazioni fino al 50% in soluto.
Il grande vantaggio sta nel fatto che il processo può
avvenire anche a temperatura ambiente evitando gli
inconvenienti dei trattamenti termici.
Può essere definita membrana qualsiasi struttura di
spessore molto ridotto che separa due fasi omogenee fluide
(il solvente puro da una sua soluzione o due soluzioni dello
stesso solvente a diverse concentrazioni) e risulta
chimicamente e fisicamente distinta da queste.
Osmosi diretta
In questo caso l’industria conserviera sfrutta il fenomeno
naturale dell’osmosi per concentrare una soluzione diluita,
l’alimento ed in particolare frutta (interi o
tagliati a fette o cubetti), mettendola a contatto con una
soluzione a maggiore concentrazione, appositamente preparata
(generalmente a base di saccarosio), eventualmente
riscaldata, per mezzo di membrane semipermeabili. Tali
membrane non sono altro che le membrane delle cellule che
costituiscono la superficie dell’alimento stesso.

Figura 4.
Per osmosi si intende il
flusso spontaneo di un solvente attraverso una membrana
semipermeabile (consente il passaggio delle molecole di
solvente e non quello delle molecole di soluto: le membrane
cellulari fungono da membrane semipermeabili). Tale flusso
avviene dalla soluzione più diluita a quella più concentrata
fino a quando le due soluzioni sono indistinguibili.
Si definisce pressione
osmotica la pressione idrostatica che è necessario applicare
(ad esempio con un pistone)sulla superficie della soluzione
più concentrata per bloccare tale passaggio.
L’alimento a fettine, cubetti o intera (ciliegie, prugne,
albicocche) viene immerso per 12-15 h in soluzioni
ipertoniche di saccarosio al 65-70% o in sciroppi zuccherini
(per evitare imbrunimenti spesso si aggiunge anche acido
ascorbico).
Un inconveniente che si verifica è quello dell’aumento di
sapore dolce a causa dell’assorbimento di zuccheri presenti
nel bagno. Ciò, se per la frutta può essere gradevole, per
gli ortaggi è difficilmente tollerabile. Si può ovviare con
un leggero lavaggio e/o con l’aggiunta di NaCl (che tra
l’altro contribuisce ad aumentare la pressione osmotica e a
ridurre l’imbrunimento).
In realtà l’osmosi diretta, più che una semplice
concentrazione, costituisce una vera e propria
trasformazione alimentare: insieme all’acqua fuoriescono
dall’alimento anche altre sostanze solubili quali zuccheri
semplici, sali minerali, vitamine idrosolubili, etc. mentre
il saccarosio viene assorbito dall’alimento modificandone
aroma, consistenza e resistenza ai processi degradativi. In
ogni caso non si tratta di un trattamento di conservazione
completa e va associato ad altri trattamenti conservieri:
l’osmosi diretta viene applicata soprattutto come
trattamento preliminare all’essiccamento, alla
liofilizzazione o alla surgelazione. Inoltre, poiché
l’osmosi diretta a T ambiente richiede tempi piuttosto
lunghi, sono diffusi trattamenti ad alta temperatura (65-85
°C) per tempi brevi (1-20 min) in modo da combinare l’azione
disidratante dell’osmosi con i vantaggi della
pastorizzazione.
Ultrafiltrazione e osmosi inversa
Negli ultimi decenni sono stati messi a punto processi
alimentari fondati sull’impiego di membrane artificiali
generalmente costituite da polimeri organici (es: acetato di
cellulosa). Si possono distinguere diversi processi con
diverse finalità in base alla dimensione dei pori di tali
membrane (Figura 5):
|
Processo |
Diametro pori
(μm) |
Trattenuto |
Filtrazione
tradizionale
|
10
÷ 103 |
sospensioni |
Microfiltrazione
|
10-1
÷ 10 |
Cellule, batteri, colloidi |
|
Ultrafiltrazione UF |
10-3
÷ 1 |
macromolecole |
|
Iperfiltrazione
e Osmosi Inversa RO |
10-4
÷ 10-2 |
Molecole, ioni |

Figura 5
Gli impianti sono semplici e poco ingombranti, costituiti da
supporti su cui vengono collocati i filtri, pompe di
alimentazione, dispositivi per il controllo di pressione e
temperatura. Nel caso di membrane dotate di microporosità (D
< 10 μm), al fine di evitare la formazione di depositi sulla
superficie, la filtrazione viene effettuata per flusso
tangenziale, ossia la membrana è di tipo tubolare e
l’alimento fluido transita con una certa velocità
(immissione sotto pressione 1-10 bar) al suo interno in modo
parallelo all’asse del tubo.
Se filtrazione e microfiltrazione generalmente sono
utilizzati per eliminare impurità dall’alimento e dunque ciò
che interessa è il filtrato e dunque la soluzione diluita,
ultrafiltrazione e osmosi inversa fanno parte delle tecniche
di concentrazione ove il prodotto è costituito dal
trattenuto.
Applicazioni dell’ultrafiltrazione sono:
▪
trattamento del latte per produzione di
yogurt, creme, dessert
▪
standardizzazione del latte per caseificazione
▪
recupero delle proteine dal siero di latte
L’osmosi inversa (Reverse Osmosis) è una particolare forma
di iperfiltrazione ad alta pressione (30-60 bar): prende il
nome di osmosi in quanto le membrane per iperfiltrazione
possono considerarsi semipermeabili, mentre il termine
inversa deriva dal fatto che la forte pressione esercitata
permette il passaggio del solvente dalla soluzione più
concentrata (alimento interno alla membrana tubolare) a
quella più diluita (acqua esterna alla membrana tubolare),
ossia di vincere la forte pressione osmotica determinata
dalla presenza dei soluti nell’alimento.
Applicazioni dell’osmosi inversa sono:
▪
concentrazione di estratti di tè e caffè prima
della liofilizzazione
▪
concentrazione del latte e dei succhi di
frutta
▪
concentrazione del pomodoro
▪
concentrazione del mosto d’uva
ESSICCAZIONE
L’essiccazione consiste in un trattamento termico
dell’alimento (solido o liquido) al fine di rimuovere la
quasi totalità dell’acqua in esso contenuta, passando da
valori del 65-95% ad un contenuto idrico del 10-15%.
Metodi naturali di questo tipo sono noti sin
dall’antichità, basati sull’esposizione al sole e all’aria
del prodotto (generalmente vegetali ma anche animali)
per settimane o mesi fino a totale prosciugamento. Tali
metodi sono ancora praticati a livello domestico ed
artigianale prevalentemente nei Paesi a clima
caldo-asciutto, a volte associati all’affumicamento per
scopo sterilizzante e aromatizzante. D’altra parte a livello
industriale tali metodi sono stati del tutto abbandonati in
quanto non permettono un controllo del prodotto soprattutto
dal punto di vista igienico ed organolettico e necessitano
di un dispendioso impiego di manodopera per rigirare
periodicamente i prodotti.
I metodi artificiali invece hanno preso piede a partire
dall’inizio del Novecento con la messa a punto dei primi
essiccatoi, ambienti riscaldati artificialmente ove far
circolare o sostare gli alimenti da trattare. Oggi si
distinguono:
▪
essiccamento ad aria calda
▪
essiccamento mediante radiazioni IR o m.o.
▪
essiccamento per contatto con superfici calde
In generale l’evoluzione del metodo ha teso alla riduzione
dei tempi di trattamento ed al raggiungimento di migliori
standard organolettici e igienici.
Il processo di produzione degli alimenti essiccati prevede
tre fasi.

Se la preparazione (in particolare il lavaggio, vista
l’azione solo microbiostatica del trattamento, l’eventuale
concentrazione dei prodotti liquidi ed il taglio in fiocchi,
strisce o cubi tale da facilitare l’essiccazione) ed il
confezionamento (in contenitori impermeabili alla luce,
all’aria ma soprattutto all’umidità) sono molto importanti
in vista del risultato finale, il cuore del procedimento
rimane il trattamento termico finalizzato all’allontanamento
di quasi tutta l’acqua dell’alimento. In tale fase due
aspetti sono di fondamentale importanza:
▪
trasferimento del calore dalla fonte al
prodotto (convezione, conduzione, irraggiamento)
▪
trasferimento dell’acqua dal prodotto verso
l’esterno
In relazione a quest’ultimo, è necessario calibrare il
trattamento in base al processo di liberazione dell’acqua
dall’alimento:
1.
all’inizio, l’acqua migra abbondantemente dagli
strati più interni a quelli più esterni attraverso le
porosità dell’alimento e giunta in superficie evapora
2.
in un secondo momento, asciugatisi i canalicoli di
dimensioni maggiori, l’acqua residua si diffonde verso
l’esterno lentamente attraverso le microporosità
3.
infine l’alimento tende all’equilibrio
termoigrometrico con l’ambiente circostante
Dal punto di vista tecnologico ciò si traduce:
1.
La prima fase può avvenire molto rapidamente con un
forte innalzamento della temperatura; nel caso di metodi ad
aria, la temperatura del mezzo può superare i 100-150 °C con
parallelo potenziamento della velocità e turbolenza dello
stesso, ma si fa in modo che il prodotto non superi mai i 70
°C e per alcune verdure sensibili al calore si preferisce il
sottovuoto
2.
nella seconda fase, la temperatura viene abbassata
fino a valori di poco superiori alla T ambiente in modo che
l’essiccazione degli strati esterni non faccia da barriera
alla diffusione dell’umidità dagli strati interni
3.
infine è necessario mantenere un ambiente il più
possibile privo di umidità (UR 10-20%)
Essiccazione
con aria calda
L’aria calda ha un duplice ruolo: quello di trasmettere il
calore provocando l’evaporazione dell’acqua e quello di
allontanare il vapore stesso dalla superficie dell’alimento
e dall’ambiente circostante ad esso. Il risultato viene
ottimizzato aumentando la temperatura e la velocità
dell’aria.
▪
Essiccatori ad armadio: apparecchi
discontinui che richiedono operazioni di carico-scarico dei
vassoi di supporto all’alimento, costituiti da camere in cui
circola aria calda, riscaldata da scambiatori di calore
esterni al sistema, spinta da ventilatori
▪
Essiccatori a tunnel: sistemi continui
costituiti da tunnel lunghi 10-15 m ove l’alimento transita
su nastri trasportatori e l’aria calda circola in
equicorrente, controcorrente o ortogonalmente al prodotto
▪
Essiccatori a letto fluido: il
materiale viene essiccato sospeso nella corrente d’aria che
circola dal basso verso l’alto e che lo circonda
completamente; permettono di mantenere inalterate le
proprietà organolettiche e nutritive dell’alimento

▪
Essiccatori a spruzzo o spray drying:
il più usato per i prodotti fluidi, questo sistema consiste
nella nebulizzazione, mediante atomizzatore, del fluido
all’interno di una camera in cui circola dal basso verso
l’alto aria calda

Essiccazione
mediante radiazioni
Metodi poco diffusi, consistono nel passaggio dell’alimento
portato da un nastro sotto una fonte di raggi infrarossi
o nell’essiccamento in forni a tunnel a microonde
eventualmente in condizioni di sottovuoto (snack, muesli,
caffè solubile)

Figura 6
Essiccazione
per contatto diretto con una superficie riscaldata
Il prodotto viene riscaldato per contatto con una superficie
metallica, a sua volta riscaldata per contatto con vapore.
▪
Essiccatori a tamburo o drum dryer:
adatti per alimenti pastosi (purea di patate) che vengono
distribuiti su due cilindri metallici, ravvicinati, ruotanti
in senso contrario e riscaldati dall’interno con vapore; la
crosta di prodotto che si foirma sulla superficie dei
cilindri viene poi raschiata con appositi coltelli e
macinata (figura 7)
▪
Essiccatori per contatto sottovuoto per
alimenti termosensibili (Figura 8)
LIOFILIZZAZIONE
La liofilizzazione o crioessiccamento o freeze drying
consiste nella disidratazione per sublimazione di
prodotti previamente congelati, in particolari condizioni di
temperatura (< 0 °C) e pressione (sottovuoto).
In tal modo si ottengono alimenti con un peso ridotto del
92%, che si conservano a lungo, che tendono a reidratarsi
rapidamente riacquistando caratteristiche del tutto simili a
quelle del prodotto fresco: il termine liofilizzazione
deriva da liofilo, ossia “affine al solvente”, per la
forte tendenza dei prodotti liofilizzati a reidratarsi.
Le origini della liofilizzazione si fanno risalire
all’inizio del Novecento in relazione alla conservazione di
microrganismi e, durante la Seconda guerra mondiale, di
plasma umano. Fino agli anni ’60 gli elevati costi di
processo ne hanno limitato la diffusione e solo
successivamente la pubblicità legata ai cibi liofilizzati
per astronauti e l’evoluzione della tecnologia per il
contenimento dei costi di produzione ne hanno permesso la
diffusione su larga scala:
▪
prodotti alimentari
▪
prodotti microbiologici
▪
farmaci
▪
liquidi biologici
▪
reperti medico-legali
▪
prodotti chimici
In campo alimentare, si sta estendendo la pratica della
liofilizzazione da prodotti “ricchi” come caffè, tè
solubile, frutta esotica, funghi, prodotti dietetici e per
l’infanzia ai comuni alimenti in sostituzione
dell’essiccamento visti i migliori risultati dal punto di
vista nutrizionale ed igienico: zuppe di legumi
iperproteiche e ipercaloriche, minestroni di verdure e
carne, carne granulare e succo d’arancia, etc.. In
particolare, i prodotti liofilizzati, grazie al loro alto
valore nutritivo, alla facilità della reidratazione e alla
forte riduzione di peso, si sono rivelati un valido mezzo
per gli aiuti alimentari.
Il ciclo della liofilizzazione comprende quattro fasi:

Preparazione
dell’alimento
Oltre alle operazioni comuni alle altre tecniche di
conservazione, i prodotti liquidi vengono dapprima
concentrati ed eventualmente pastorizzati, mentre i prodotti
solidi devono essere granulati (anche contemporaneamente al
congelamento, polverizzando il prodotto in un congelatore ad
aria) o tagliati in modo che una delle tre dimensioni non
superi i 2 cm.
Congelamento
Eseguito secondo il metodo rapido o ultrarapido,
raggiungendo temperature tali da consentire la
solidificazione anche delle soluzioni a più basso punto di
congelamento (fino a –50 °C, resta incongelata solo
una piccola quota di acqua legata) e consentendo la
formazione di numerosissimi microcristalli che una volta
sublimati lasciano l’alimento spugnoso e dunque
facilmente reidratabile.
Particolarmente vantaggioso da un punto di vista energetico
è l’utilizzo del congelamento adiabatico (senza scambio di
calore con l’esterno) o autocongelamento: ponendo il
prodotto sotto vuoto spinto, l’acqua presente negli strati
superficiali evapora rapidamente, assorbendo calore e
provocando il congelamento dell’alimento.
Liofilizzazione
Per comprendere cosa avviene durante la liofilizzazione si
consideri il diagramma di stato dell’acqua ( REF
_Ref159510285 \h Figura 8):
la sublimazione ossia il passaggio diretto dallo stato
solido a quello aeriforme avviene al di sotto del punto
triplo (T = 0 °C, P = 609 Pa).

Poiché negli alimenti l’acqua si trova sottoforma di
soluzione più o meno concentrata, il punto triplo si abbassa
a T = -20 °C, P = 133 Pa: al di sotto di queste condizioni
avviene la sublimazione del ghiaccio contenuto
nell’alimento.
1.
Essiccamento primario o sublimazione sottovuoto:
l’alimento congelato viene posto in vassoi tra piastre e
dunque in autoclavi a T
≤ -20 °C e vuoto medio basso P = 133-13 Pa. La
sublimazione ha inizio con formazione di grandi nubi di
vapore (aspirate insieme ai gas da pompe e recuperate
sottoforma di ghiaccio in condensatori) e sottrazione di
calore dall’alimento che viene comunque mantenuto a T vicino
a
-20 °C mediante riscaldamento delle piastre. Viene
così eliminata tutta l’acqua congelata.
2.
Essiccamento secondario o evaporazione sottovuoto:
in questa fase viene allontanata per evaporazione anche
l’acqua incongelabile (legata o di cristallizzazione),
fornendo ulteriore calore e operando condizioni di medio
vuoto: T = 0-30 °C e P = 0,13 Pa. Si ottiene così un’umidità
residua < 5%.
3.
Rottura del vuoto: nell’autoclave viene
ripristinata una pressione pari a quella atmosferica per
immissione di azoto deumidificato
Il tutto avviene in 4 (carni) -16 (vegetali) ore in sistemi
continui altamente automatizzati ( REF _Ref159519221 \h
Figura 9):
1.
sistema delle autoclavi in serie (a): si
tratta di tre o più autoclavi che, a turno, sono in fase di
carico, essiccamento, scarico
2.
sistema del tunnel (b): si tratta di un tunnel
percorsi da carrelli o nastri che trasportano l’alimento,
nel cui tratto iniziale si trova una camera di
decompressione/carico e nel tratto finale una camera di
compressione/scarico o anche la zona di confezionamento.
Confezionamento
In condizioni igieniche ineccepibili e di umidità molto
bassa, avviene il confezionamento sottovuoto o sotto azoto
in buste triplo strato (polietilene, poliammide, alluminio).

Figura SEQ Figura \* ARABIC 9
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